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BETA 2499.7 - Appunti - Webbonomia e attese della comunità Internet

Webbonomia e attese della comunità Internet

    Resistere è inutile. Potrebbe essere lo slogan di una crescita commerciale che sta caratterizzando questa fase di Internet, che sembra svilupparsi a scapito di alcune esigenze fondanti della Rete. Viaggio (disordinato) nello strano mondo della New Economy italiana.

Parte I

Luciano Giustini
Direttore, BETA

In Italia, in Italia!

Pur non essendo al livello del boom USA, anche nel nostro Paese si stanno facendo numeri sempre più importanti per quanto riguarda Internet e il capitale economico e sociale che vi ruota intorno, in particolare il livello di crescita è maggiore che negli altri Paesi. Se di là dell'oceano un portale come Yahoo! fa qualcosa come 400 milioni di impression al giorno (si, avete letto bene, al giorno) e la pubblicità smuove qualche miliardo (di dollari), di qua possiamo notare le più di 100 milioni di pagine viste ogni mese sui portali nostrani (Virgilio e IOL), le decine di miliardi di pubblicità investiti (IAB), i quasi 10 milioni di navigatori a fine anno (ISTAT) e le decine di nuovi miliardari (Corriere) grazie alla Rete.
E' la Webbonomia (termine che non ho coniato io) che riassume bene il fatto che la nuova economia nasce e si sviluppa intorno al Web, insomma ad Internet in senso stretto, alla sua interfaccia grafica. La Webbonomia/New Economy però si compone di due facce. Ed ecco l'altra faccia:
più di 500 nuove e-imprese che chiudono, imprenditori che falliscono, piccoli editori sull'orlo del collasso, siti Web di colpo "dimenticati" per la perdita di visibilità rubata dai grandi siti. Che sono quelli creati dai nuovi miliardari. E che si guardano bene dal dare spazio (promozione) a chi sta nella stessa situazione in cui stavano loro prima del grande balzo.

Amico o nemico?

Regola numero 1: fino a prova contraria tutti sono nemici di tutti. Regola vigente dopo che si è andati alla guerra, quella virtuale. Ora sopravvive chi ha risorse migliori, e il capitale umano fa ancora la differenza. Ma per quanto? Il modello emergente è pesce grande mangia pesce piccolo, realtà che ormai conoscono tutti e che nella new economy di Internet è ancora la regola vigente. Alcuni che si spingono più in là già concludono ciò che gli altri paventano: la Rete assomiglia sempre più al mercato della comunicazione tradizionale, lì dove sono, semplicemente, le dimensioni (e i capitali) a fare la differenza.
Soldi chiamano soldi, vecchio adagio. Oggi si spendono sulla Rete, ma a volte si soffocano le idee in virtù di uno sfumato concetto commerciale, che in pratica altro non è che la vecchia buona capacità imprenditoriale, applicata al nuovo mezzo. L'importante è che non si sia visto altrove, che sia "new" e che sia in Rete. La Rete è il nuovo credo e l'e-commerce è il suo profeta. Salvo poi accorgersi, guarda un po', che i fallimenti sono molto reali, altro che mondo virtuale. Ma in fondo si tratta di commercio, vecchio o nuovo che sia, e sebbene ci si adatti benissimo, Internet è, semplicemente, qualcosa di più.
La Rete è stata fondata sullo spirito di collaborazione, sull'iniziativa, premiando la cultura, la fantasia, la voglia di comunicare e di organizzare, i contenuti, la trasparenza. Ma, ahimé potremmo doverci scordare presto queste belle parole. Oggi tre o quattro finanziatori hanno ridefinito la storia del Web italiano. In fretta e in furia un popolo di navigatori ha riscoperto le proprie origini nel nuovo mare virtuale. Ma la nuova faccia di Internet è: soldi vincono, soldi perdono. Con i classici ingredienti che ci hanno propinato finora sui media tradizionali come televisione e carta stampata: sesso, possibilmente ovunque e in dosi massiccie, come se fossimo tutti dei maniaci, e molto, molto consumismo per gustare il piatto tipico Internet. Ovvero, come fare affermare i soliti nomi senza perdere troppo tempo.
Ed ecco mascherati da start-up o da spin-off o da build-up (o da etc. etc.) i vecchi manager riciclati al 100% rientrare dalla finestra. Altro che Internet autoreferenziante, qui si rischia un'invasione di campo da parte dei soliti noti. Sesso, Soldi, Politica, le solite storie?

La mia New Azienda è molto forte e io sono molto New Economy. Ora ho bisogno di ...Old Money

Chi pensa che oggi per fondare una società dot-com e fare i soldi basta avere una buona idea "Webbonomica" e una infarinatura di marketing e informatica rischia di sbagliarsi. L'Italia non è l'America. Anche se l'idea fosse buonissima e l'infarinatura una laurea in Ingegneria, i capitali nella new Economy nostrana seguono strade contorte (eufemismo, lo so). Potremmo dire che il capitale di rischio, in Italia, segue tre filoni di investimento: "Rischio, ma pochino", "Non rischio" e "Lo faccio solo con gli amici".
Prendiamo le banche, esempio di mammuth capitalistico dell'Italia della New come della Old Economy. Tipico caso "Non rischio", fino a un anno fa chiedere soldi alla banca per un progetto in Rete con Internet presente nei telegiornali e nei quotidiani solo per gli hacker e i pedofili, equivaleva a:
(a) avere una proprietà di pari o maggior valore, oppure
(b) firmare una fidejussione senza condizioni. Come chiedere soldi per buttarli dalla finestra.
Adesso che Internet è sulla bocca di tutti e che le opportunità di guadagno sono fondate, chiedere soldi alle banche produce risposte più variegate:
(a) Si, ma solo se c'è il guadagno in 6 mesi ("Rischio, ma pochino"): molto New Economy, ma poco fattibile;
(b) Si, ma una bella fidejussioncina che non si sa mai ("Non rischio");
(c) No, a meno che lei non si chiami Silvio Scaglia e abbia Olivetti dietro <grin> ("Lo faccio solo con gli amici").
Insomma, non sembra essere cambiato granché nella mentalità delle banche, e la difficoltà ad ottenere soldi si ripresenta sotto forma di leverage difficilmente attuabili. Ciò malgrado c'é un aspetto che non va sottovalutato in questo sistema: si dà ancora un importante valore al fattore umano, il cosidetto "capitale umano della società", rispetto al capitale monetario. Una banca come prima cosa vuole vedervi in faccia e inquadrarvi, poi parla di tutto il resto. Se piacete a chi deve sganciare i soldi, ci sono buone probabilità che arrivino. Altrimenti, nisba. Insomma un faccia a faccia vale più di mille business plan. Che è poi il "modello di business" che preferisco. Tuttavia è un modello impeccabile per chi riesce a inquadrare una persona dopo uno o più colloqui, ma improponibile per chi non ha questo "occhio" e deve finanziare molte centinaia di progetti.
Di questo ambito i venture capitals, i fondi di rischio gestiti da gente dal portafoglio gonfio e dalle spalle solide, attenti al rientro senza condizioni e sempre sostanzioso. I venture capitalist pongono poca attenzione al fattore umano nella fase gestatoria delle proposte. Se pensate di proporvi personalmente e farvi finanziare idee e piani strategici che ritenete vincenti, potreste andare incontro a delusioni. Da tenere sempre a mente il dato fondamentale del venture: solo l'1% delle proposte viene approvata e finanziata, mediamente. E in tutti gli altri casi non arrivereste comunque a conoscere i vostri ipotetici investitori: venture partners e "incubator" richiedono infatti l'invio di un business plan, non un incontro, come primo elemento per iniziare il rapporto. Atteggiamento necessario, certo, ma discutibile, anche alla luce dei recenti fatti: spesso non è il business plan a fare il successo di un'iniziativa, anche se apparentemente blindato, ma le persone che ci sono dietro. E su Internet questo è amplificato dalla mancanza di esperienza congenita del nuovo mezzo, che deve far affidamento giocoforza sul fiuto imprenditoriale del management. Se manca quello...si può anche far la fine dell'ormai famigerato boo.com. Fossi io (e non lo sono), un finanziatore, prima del b.p. mi farei mandare una foto, un "chi sono e cosa ho fatto" e una disponibilità per chiacchierare. Mai basarsi sui soli numeri.
I venture nostrani sembrano consolidati sulla seconda e terza categoria: "Non rischio" e "Lo faccio solo con gli amici". Il che sembrerebbe una contraddizione per chi di professione tratta col rischio. Ma il fatto è che il rischio, anche e soprattutto in Italia, è ancora molto alto, ed i venture ne sono consapevoli. Così, piuttosto che sforzarsi di capire chi è che merita capitali e chi ha solo fame di soldi, sovente rimandano l'approfondimento limitandosi a scremare le nuove idee della nuova economia sulla base di altri parametri.
Chiedere soldi al venture capital è spesso ancora più divertente che chiederli alle banche, perché qui c'è l'impressione che ce la si possa fare. Tutto è predisposto a incontrare idee per poterle valorizzare. Si parla con gente esperta di Internet e di New Economy. Ma attenzione ad un aspetto: il venture finanzierà qualcun altro, se va male. E poi, beh, non ho scritto che le idee le valorizzeranno proprio con voi. <grin>
Infine c'e' lo Stato, sotto forma dell'Igol (Imprenditorialià Giovanile), il finanziamento pubblico, ma di questo parleremo un'altra volta per esigenze di spazio (anche sul Web c'e', che credete). Il fatto è che l'Igol è attiva praticamente solo al Sud e nelle Aree Obiettivo della UE, per legge. Segno che, probabilmente, c'è qualcosa che non va. Il dato è avvalorato dalla mia esperienza personale con l'Igol: pessima. Anche per questo meglio sorvolare, ci metterei del mio. Una cosa sola voglio dire e poi passo ad altro: per percepire i finanziamenti Igol, anche il più piccolo, bisogna passare diversi mesi nei "Corsi" Obbligatori. Spesso inutili (a detta di alcuni) o ridondanti (per la maggioranza). E questo quando su Internet bisogna muoversi subito.

Il "new" capitale umano

Ma, al di là di tante parole sul venture capital e il finanziamento alle imprese in generale, c'è un aspetto che vorrei sottolineare a proposito della New Economy e in particolare delle sue strategie di investimento. Molti, e io con loro, si chiedono a cosa serve un business plan tradizionale in un mondo, quello di Internet, in cui le strategie devono essere modificate con un ritmo frenetico, spesso con frequenza mensile. Un business plan rischia di essere obsoleto a distanza di un mese dall'investimento. C'è un errore di valutazione, mi sembra, piuttosto importante, su cui pochi riflettono con la dovuta profondità. Assunto che il tempo in Internet scorre più velocemente, e di questo sono consapevoli tutti, bisogna infatti tener presente che per rimanere competitivi bisogna "aggiustare il tiro" in continuazione. Aggiornare le competenze, proporre nuovi servizi e toglierne altri, spostare il proprio business da una parte all'altra dell'oggetto statutario in un batter di ciglia: questo il panorama più probabile di una Internet Company al giorno d'oggi. A questi livelli, sapete cosa ci si fa col proprio bel business plan no? Insomma, va bene se serve per una buona verifica di se stessi e della credibilità del proprio progetto, ma è un vincolo assolutamente stretto per la maggior parte della nuova economia. Eppure su di esso si basano la maggior parte dei finanziamenti concessi oggi. Un dato su cui riflettere.
Di tante aziende che conosco il vero fattore determinante per il successo è stato ed è il management, non il business plan. Perchè il business può cambiare di colpo, su Internet. E se il fattore umano non è messo bene, il business non cambia: cessa di colpo. Ecco poi giustificarsi certe cifre sui fallimenti e le bancarotte delle start-up (il 50% in media va a picco).

New Economy, Old Magazine: scrivono di me, dunque sono

Regola numero 2: i media tradizionali fanno la loro parte anche nella Webbonomia. Il Corriere della Sera, la Repubblica, le riviste più quotate sono industrie del marketing editoriale e sulla Rete procedono allo stesso modo di sempre: o è l'ideologia, o è l'interesse economico a farla da padrone, o entrambi. Articoli, trafiletti, commenti sono referenze ad amici e raccomandati. Roba già vista, minestre riscaldate, storia nota, si dirà. La New Economy è diversa, si dirà. Eppure viste dalla maggioranza dei navigatori le refrenze appaiono sic et simpliciter come autoreferenze. Che www.ilsole24ore.it organizzi un premio WWW per premiare i soliti noti, mi sembra sia ormai un segreto di Pulcinella. Che sul Corriere si leggono recensioni e interviste a personaggi del "giro giusto", anche. Sulla Repubblica cartacea ha fatto bella mostra la pubblicità colorata a paginoni centrali di Kataweb per settimane. E potrei ovviamente continuare per diversi altri esempi, se volessi tediarvi.
Ma il concetto è che sembra non si sia ancora sviluppata quell'esigenza di chiarezza intorno al'"oggetto Internet" che invece appare indispensabile. Se perfino un'Agenzia di Stampa nazionale che, dal 1945 ha come obiettivo "quello di raccogliere e distribuire notizie con criteri di indipendenza, completezza, affidabilità e tempestività" (l'ANSA) mostra ormai una sezione "Internet" non al di sopra di ogni sospetto c'è di che preoccuparsi. Se qualche società Internet non appare sui periodici, sulle agenzie, sui quotidiani sembra non esistere. Di contro, se invece scrivono di qualche manager o di qualche start-up, ecco che sembra la regina della Nuova Economia. E le segnalazioni "fintamente casuali" sono ormai all'ordine del giorno, mi verrebbe da dire che sono implicite nel sistema. D'altro canto, la stampa specializzata segna il passo, e non solo in Italia. Le testate storiche dell'informatica italiana sono tutte in difficoltà mentre Internet ha anche bisogno di una informazione di settore ancora molto accurata e "tecnica". Mentre la stampa generalista e tradizionale sembra euforica di poter finalmente parlare di Internet con "i metodi giusti".


Conclusioni

1) Industria e politica, due poteri forti che stanno caratterizzando anche la Webbonomia neo-nata in Italia. E che stanno predisponendo i loro pezzi. Bisogna stare attenti a lasciare a tutti le stesse possibilità di gioco, e di iniziativa, senza annichilire le capacità umane e senza basarsi solo su "business plan" perfetti per definire un business perfetto.
2) Internet ha bisogno di chiarezza, e comunicazione efficace quanto veritiera. Due esigenze non sempre rispettate nella tradizione informativa italiana. Quindi teniamo gli occhi aperti su aspetti ancora non del tutto metabolizzati del "nuovo mezzo" che sta praticamente facendo i primi passi da grande in Italia. Anche da noi si inizia a fare sul serio, e l'Italia acquisisce finalmente, dopo gli endemici ritardi, la possibilità di una crescita ordinata della cosiddetta New Economy.


Luciano Giustini è fondatore e direttore di BETA; è raggiungibile su Internet tramite la redazione oppure all'indirizzo l.giustini@beta.it.

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